“Era la notte buia dello Stato italiano, quella del 9 maggio 1978…”. In pieno centro a Roma, a due passi da via della Botteghe Oscure e a tre passi da Piazza del Gesù, veniva ritrovato il corpo senza vita di Aldo Moro, ucciso dalle Brigate Rosse dopo un sequestro di un paio di mesi. Un attacco allo Stato che ha cancellato, per la dura legge della notiziabilità, un altro evento, un altro omicidio ancora più efferato, avvenuto quella stessa notte in aperta campagna, lungo la ferrovia che congiunge Palermo e Trapani.
30 anni fa moriva a 30 anni Peppino Impastato, legato ai binari e fatto saltare in aria con il tritolo. Figlio di un mafioso, aveva scelto la militanza politica e una vita al fianco dei braccianti, degli operai edili, dei contadini della sua terra. Dalla sua radio libera, Radio Aut, denunciava i traffici sporchi dei boss locali con trasmissioni satiriche molto corrosive. Nei giorni del suo assassinio era candidato al Consiglio Comunale di Cinisi nelle liste di DP. I cittadini lo votarono lo stesso e lo fecero eleggere simbolicamente. Lo Stato cercò di chiudere subito il caso, bollandolo prima come un attentatore, poi come un suicida.
Dopo oltre 20 anni e mille battaglie giudiziarie, portate avanti dalla mamma e dal fratello di Peppino, la verità è venuta a galla. Le condanne dei due capimafia mandanti dell’omicidio, Don Tano Badalamenti e Vito Palazzolo, sono un parziale risarcimento da parte delle Istituzioni che avevano tentato per anni di nascondere la polvere sotto il tappeto. A Peppino Marco Tullio Giordana ha dedicato “I Cento Passi”. A Peppino dedichiamo questo piccolo ricordo.
Mezza bottiglia di Amaro del Capo è andata. Stasera c’è qualcosa di molto più amaro. Qualche cicca spenta lanciata dal balcone. Di nascosto, lontano nella notte, mentre Cana è di guardia. I rantoli che salgono su per le scale sono coltellate lancinanti. I pensieri affogano nell’ennesima gassosa a caffé, fida compagna. Le casse che arrivavano a Roma ce le mandava Ziocì. Ci voleva bene. Anche troppo. Eravamo uno dei pochi pensieri che gli erano rimasti dopo la pensione, insieme al partito, alla nonna e alla Settimana Enigmistica. Le birre e il tonno, i torroni e le noccioline, il Capo e la Brasilena, le famigerate penne lisce De Cecco.
L’ultima volta che è venuto a prendermi alla stazione Ziocì mi chiedeva speranzoso: “Che dici, ce la facciamo stavolta con Veltroni?”, col suo solito, incrollabile, incosciente ottimismo politico, ancora ignaro di non poter neppure andare a votare. Confesso che il mio voto del 13 aprile, mai così travagliato, alla fine è andato alla banda Veltroni perché Ziocì lo considerava (indubbiamente a torto) la panacea di tutti i mali. Un po’ come lo sguardo rassicurante di mio padre in questi ultimi giorni di sofferenza.
Sono felice di aver visto sorridere Ziocì l’ultima volta mentre gli stringevo la mano tremante. Adesso ci saranno i momenti peggiori, la triste prassi funeralizia del profondo Sud. Il corvo nero è già arrivato per un’estrema unzione mai così falsa. Le vecchie préfiche locali a stracciarsi le vesti intorno al feretro. I bulloni pronti a essere avvitati e ad ingoiarlo per sempre.
Quando tutto sarà finito, anche il secondo cancro familiare potrà andare in soffitta. Io potrò ricominciare a usare i miei iperbolici “agghiacciante” e “imbarazzante” senza che “‘u prohessore”, nei panni stavolta del mio vecchio maestro elementare, mi possa più cazziare, denunciandomi per il grave reato di “uso di aggettivazione impropria”.
Ziocì, scaccia via le ansie e le paure che ti hanno sempre divorato. Chiudi gli occhi serenamente e preparati al viaggio più lungo.
È tardi e mi stappo l’ultima gassosa a caffé. Buonanotte Ziocì. E buon cammino…
63 anni dopo Roma torna a essere città chiusa. Il 28 aprile è una data-simbolo. A Giulino di Mezzegra, una frazione minuscola sul Lago di Como, 63 anni fa veniva assassinato il Duce. L’onda lunga è arrivata fino a qui. E ha sommerso la città. Una massa di incompetenti ha scelto la persona sbagliata al momento sbagliato. Un deja-vu insopportabile anche per una città come Roma. Il segretario del PD, sindaco uscente della città, è il principale responsabile di questo sfascio. Ha consegnato nelle mani della destra il Paese e la sua Capitale. Dovrebbe dimettersi seduta stante, ma non lo farà.
E allora il valore simbolico di questa data, di questa città è molto pesante. La gggente ha deciso così. Io credo che la gggente si sia stufata sempre delle stesse facce. Io credo che Rutelli fosse la persona sbagliata al momento sbagliato. Io credo che il nuovo sindaco sia la candidatura giusta al momento giusto. Scelto per caso, inviso a gran parte del suo schieramento, Presidente del Consiglio compreso. Per questo ha vinto. Fuori dagli schemi di potere, più vicino alla gggente del suo avversario. I romani hanno scelto il male minore.
Adesso arriva il difficile. Governare una città fortunatamente ingovernabile. Un’impresa titanica, più grande di questa sua vittoria. Dopo 63 anni Roma è di nuovo una città chiusa. Coraggio, camerata Gianni…
Un viaggio strano. Vissuto pericolosamente con l’angoscia di non partire, poi con la paura di dover tornare. Dilaniati tra la voglia di divertirsi con tanti amici vecchi e nuovi e i cattivi pensieri riposti in un angolino dell’animo, pronti a riaffiorare al primo trillo di telefonino.
Una città strana, decadente come poche altre, affascinante come poche altre. Una città spezzata in due da un fiume inquietante e dalla storia. Incapace di lasciarsi alle spalle un paio di secoli di sottomissione coatta. Una città quasi interamente ricostruita dopo la seconda guerra mondiale, ma ancora ingrigita dal dominio sovietico. La città vecchia è in realta una copia carbone della vecchia Buda. Popolata solo di (pochi) turisti, religiosamente attenti a non intaccarne la tranquillità di cartapesta. Il fascino della Mitteleuropa è sbiadito nei caffè del centro di Pest, affogato tra i (pochi) negozi di souvenir e le spudorate luci dei nuovi casinò per turisti occidentali in cerca di emozioni forti.
Quel fiume però ha un fascino insuperabile, come lo scalcinato tram che lo percorre sui due lati. Il Danubio ti avvolge in tutta la sua ampiezza e ti condiziona l’umore. Il suo colore beige ti deprime quando fa pendant col grigio metallo del cielo carico di pioggia. Oppure ti riscalda quando fa a pugni con il blu cobalto del cielo nelle belle giornate di sole. Quando gli ungheresi amano portare le loro panze obese ai bagni Széchenyi, alle terme. Un’esperienza mistica, ricca di odori, tra lo zolfo e la birra, il cloro e le cipolle sulla bruschetta.
Brava gente gli ungheresi. Ancora inquadrati come tanti soldatini sotto il regime. Tutti in fila nei supermercati, pronti ad andare in tilt alla prima cosa fuori posto. Come la bigliettaia del traghetto sul fiume che non ci ha fatto salire, nonostante il battello fosse vuoto e le portassimo 30.000 fiorini fruscianti. O come la cameriera del primo pranzo, incazzosa come poche e noncurante delle nostre inevitabili difficoltà a capire i piatti ungheresi.
Con gli splendidi compagni di viaggio, invece, tante risate e un bel feeling. Tante cazzate e un po’ di birre per riscaldare l’animo. Una serie di flash ritornano a poco a poco nella mia mente. I sorozo, la caviglia ballerina di w4lls, la sposa bionda a Sant’Anna, i riccioloni di Manu, la cappa di fumo e fighe all’Old Men, le cazzate mie e di Gasperino, la maledetta chiesa luterana di Buda, la stitichezza di Mukka, il rave zingaro sotto la Deak Ter, il piattone di carne al ristorante medievale, il Parlamento nobile e onnipresente. Infine, l’ultima cartolina: quel meraviglioso Ponte delle Catene illuminato, con il Castello dietro. Ma sono sempre ungheresi. E a mezzanotte hanno spento le luci su Budapest e sulla nostra vacanza. Lasciandoci un po’ di amaro in bocca e la voglia di ritornare. Per fare il giro in battello sul Danubio e per vedere di nuovo un inglese che vomita dal balcone del quarto piano alle 4 di mattina.