Ci sono dei momenti difficili da descrivere, ma belli da raccontare. San Siro, tempio del calcio, profanato per un giorno. Cielo nero, quasi come le maglie degli avversari, me neanche un goccio d’acqua. Appuntamento con la storia. I ragazzi di Mallett sfidano i mostri sacri. Per colmare una voragine scolpita nella notte dei tempi, nel DNA dei popoli. 50 metri d’altezza. Fianco a fianco con gli amici di sempre. Ottantamila voci cantano insieme. Poi un irreale silenzio carico di rispetto. Salgono dall’erba umida le urla tribali di 22 uomini tutti neri. Sono nitide. Come nitido è il suono dell’avambraccio di un avanti colpito da un calcio di un terza linea.
Lo scontro è iniziato. Indietro per andare avanti. Teste contro teste. Fasciate e sfasciate. I mostri avanzano, scappano, impongono la legge del più forte. I ragazzi si difendono, sudano, sbuffano, tengono. Poi contrattaccano, chiudono i mostri in gabbia. Le teste cozzano, le ginocchia si piegano, le mischie crollano. Forza bruta, cuore, cervello per avanzare di un metro. Poi il fischio dell’arbitro chiude la lotta. La voragine è diventata un buco. Tutti felici. Vincono i mostri e pure i ragazzi. Tutti a casa o a bere una birra. In valigia le emozioni di uno sport “altro”. Incomprensibili ma affascinanti per i profani, sacre e uniche per gli adepti. Rugby, man…
in questo blog ci sono persone molto piu’ titolate (e brave) di me per scrivere un post sul rugby…
ma non potevo esimermi dal pubblicare questo video…
abbiamo messo un altro tassello, siamo entrati nella storia di questo spendido sport…. dove ancora conta il rispetto per l’avversario, il pubblico e’ sempre corretto, l’arbitro puo’ rivedere le sue decisioni “post moviola”…
nel rugby francia – irlanda di ieri sarebbe finita diversamente…
Fascino e decadenza. Cartoline dal nord al sud dell’Europa. Distese infinite di cielo veloce sopra ai docks di Dublino; scrosci di pioggia e squarci di blu nel cielo annoiato sopra Palermo. Fiera e funzionante indipendenza nazionalistica irlandese; singhiozzante e rapinata indipendenza regionalistica siciliana. Sterminati prati verdi e vittoriani infissi multicolore nella vecchia Dublino. Macerie e rifiuti di nobiltà nella decadente Palermo.
A Dublino il Liffey scorre. Come la vita cittadina negli uffici delle multinazionali e nei pub lungo i canali. C’è ansia per un presente di crisi economica dagli effetti sconosciuti. Ma c’è la certezza di rialzarsi dopo aver raccolto risorse e cervelli metropolitani, pienamente immersi e fusi in un microcosmo dubliner molto distante dal resto del paese. A Palermo non scorrono più neanche i fiumi, sepolti sottoterra dalla storia. Un passato di nobiltà feudale e di dominazioni subite con la classica ignavia e il pedigree cerchiobottista meridionale. E un presente di crisi perpetua, poco sfiorato dalla crisi globale. Da qui i cervelli e le risorse sono scappati, attraversando lo Stretto in cerca di fortune e destini meritocratici.
A Dublino la vita pulsa a Temple Bar, luogo d’incontro e di scambio, di socializzazione da rimorchio e di pinte al cielo. Tra un ubriaco che canta alla luna e una ragazza che ti sorride languida e sfacciata. A Palermo la vita pulsa a Ballarò e alla Vucciria, sui banchi dei mercati ricolmi di pesce e di umanità varia. Tra un allegro venditore che ti incarta il panino ca meusa e le occhiate torve e sospettose degli indigeni al bar.
La sensazione è che Dublino si costruisca il proprio destino, brick dopo brick. Un mix di tecnologia e innovazione straniere, di cultura ed energie locali. Mentre Palermo si abbandona al proprio destino, sommersa dai rifiuti: uno dei suoi principali principali business. I vecchi palazzi nobiliari, abbandonati e lasciati all’oblio. Le case diroccate come a Beirut dopo i bombardamenti dell’82. Mentre i gatti frugano tra detriti e immondizia. E i bambini sognano di essere Miccoli negli spiazzi tra casermoni e i rifiuti.