Archive for maggio 2007

Birra, bulloni e tacchi a spillo…

28 maggio, 2007

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Mi ero messa il vestito della “festa”, il vestito “nuovo”…
…pure i tacchi avevo messo!
Mi avevano detto che saremmo andati in un locale di tendenza, uno di quei posti dove l’arte si sposa con bacco e tabacco. E invece…
Già dal di fuori si sono palesati i primi segnali della bufala.
Arte, bacco e tabacco si sposavano, ma con un manico di pensionati intenti a fumare Fortuna e a bere decalitri di birra Moretti, mentre un motivetto di “ultimissimo grido” giungeva dal fondo della sala ( “Alle fattorie nasce la bontààà, robiola Osella….).
Giro di sguardi, et voilà, tutti in macchina alla volta di un nuovo localino…
Altezza Batteria Nomentana, la strada è nostra!
La radio è alle stelle e su Radio Italia becchiamo pure “Disperato” di Masini.
Brad si dà una grattatina ai “gioielli di famiglia”, ma non basta…
Puffff…
Abbiamo bucato!!!
Nessuno in quella macchina ha mai cambiato una ruota in vita sua…
Memore dei paleolitici precetti di mio padre, ahimé avrei pure una patente, prendo il cric e mi dò da fare con i miei tacchetti a spillo…
Scena pietosa!
Ridere o piangere?
Qualcuno (bastarda!!!) mi fotografa mentre mi destreggio tra cric, viti e bulloni…
Niente da fare. “Io sta ruota non la so montare!”
Sembrava stessimo girando un scena di“Tempi Moderni”.
Che fare?
Digitiamo il numerino magico e…
Sigla!!!!
Con il suo batscooterone arriva lui, SUPER MARK BROS!
Calci, sudore, e mani insozzate di polvere e grasso…
MISSIONE NO PROBLEM!!!!
Il gioco è fatto anche stavolta.
La serata si conclude “meravigliosamente” al pub delle nostre amichette lesbiche a 50 metri da casa.
A questo punto della serata consentitemi la censura, oltre alla classica sbronza!!!!!

P.S. Dimenticavo!!!! La prossima volta che mi metto i tacchi, io prendo il 61, ma questa è un’altra storia…

TO BE CONTINUED….

Over the Rainbow

23 maggio, 2007

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Ho ancora la forza che serve a camminare,
picchiare ancora contro per non lasciarmi stare…

E ho ancora la forza di guardarmi attorno
mischiando le parole con due pacchetti al giorno,
di farmi trovar lì da chi mi vuole
sempre nella mia camicia…

E ho ancora la forza di chiedere anche scusa
o di incazzarmi ancora con la coscienza offesa,
di dirvi che comunque la mia parte
ve la posso garantire…

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Missione Berlino completata!

22 maggio, 2007

I miei cari Kompagni di viaggio hanno già detto tutto della città… Al portiere non rimane altro che chiudere dopo che escon tutti…

Missione Berlino completata con successo!!! 😀

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Devo esser sincero di questo viaggio non mi sono preoccupato un granché, forse perché ero comunque sicuro che sarebbe andato tutto bene… e non sbagliavo…

Per me contavan solo i kompagni di viaggio…  sono loro che mi hanno dato le più grandi emozioni:

vedere il monumento all’olocausto con una persona che sentiva in maniera particolare la tragedia (sigh); sentirsi dire “walls, io stasera voglio stare vicino a te, perché di te mi fido” (schiocccaaa); fare la doccia alle 3 del mattino con il “gong” in sottofondo ( 🙂 ); sentire “ammme il kebbabbaro” (mitico!); scendere dalla metro e sentire “eh chi ne’ chistu” contro un Panzer tedesco con una panza (appunto panzer) in attesa di 9 mesi; alzare gli occhi in un campo buio e scorgere su un muro un 10 mt x 15 Joga Bonito con il più grande esperto di calcio vivente (ohh); ridere come matti alle 5 del mattino dopo una notte passata in bianco (tacci vostra); godere della città e pensare comunque a tutti gli amici “rimasti a casa” … e per ultima, ma non per importanza, la luce nei loro occhi… stupenda!!!!

Grazie ragazzi, al prossimo viaggio!

Ecco la mia foto di Berlino, Peace&Love

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The world is too small for Walls!!! (scritta sul muro di Berlino)

Odore acre di storia e currywurst

16 maggio, 2007

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«Ahò, scennete, s’è rotto l’auto». Metrò Anagnina. Ore 9.45 di un lunedì mattina qualsiasi per i romani. Non per noi, romani impuri di rientro da Berlin con le occhiaie flaccide e le orecchie mogie di un asino bastonato. Il primo approccio con la nostra Capitale è uno di quegli uppercut che ti mandano ko alla prima ripresa. Caldo viscido a metà maggio, mezzi pubblici fatiscenti, una calca degna di un concerto degli Stones, non di un breve tratto di strada Ciampino Aeroporto-Anagnina Station. L’esatto contrario di quanto visto nei due giorni e mezzo precedenti con i miei sei splendidi compagni d’avventura. 25 linee di U e S-Bahn, stazioni come piccoli gioielli underground, treni sempre puntuali, bus sostitutivi (per lavori in corso) che ti portano da una stazione all’altra del metrò e poi scendi giù e trovi che il treno ti sta aspettando per farti riprendere la corsa. Alle 4 del mattino, sotto la pioggia.
Come quasi tutte le capitali europee barra mondiali, anche Berlin è una città unica. London, Paris, Amsterdam, Lisboa, Praha, New York. Tutte capitali uniche. Ma Berlin è la più unica tra le uniche, primus inter pares (Roma è ovviamente hors catégorie). Berlin è unica perché non è pre-confezionata e imballata per turisti. Non c’è una Tour Eiffel, non c’è un Big Ben. È vero, certo, hanno quella meraviglia simbolica che risponde al nome di Brandenburger Tor. E hanno la fierezza maestosa del Reichstag. Ma Berlino te la costruisci tu. Passeggiando lungo le sponde dello Spree che accompagna dolcemente il percorso irregolare di una città gigantesca. Oppure perdendoti nell’immensità delle piazze e scoprendone ogni piccolo dettaglio. Quelle regolari come l’enorme distesa verde di Platz der Republik o l’elegante e neo-classica Gendarmermarkt o ancora la severa Bebel-Platz col tombino che ricorda il rogo letterario nazista e quel meraviglioso albero in fiore davanti alla Humboldt. O quelle disorientanti e, per questo, ancor più affascinanti come il nostro “ombelico” kebabbaro Alexanderplatz o quel gioiello avveniristico di Postadmer Platz. E puoi scegliere di vagare per la Unter der Linden per annusare la storia o gironzolare per il Tiergarten fino alla mitica Banhof Zoo per annusare merda e Bowie. E poi i nuovi palazzi del potere, adagiati sul fiume, proprio di fronte ai vecchi.
Una città nuova di zecca ma che trasuda storia da ogni singola pietra. Che ha saputo risollevarsi dalle macerie e dai detriti del Mauer. D’Annunzio, in uno dei suoi frequenti deliri, scrisse che il Lungomare di Reggio Calabria era il chilometro più bello d’Italia. Quel chilometro di brandelli residui di muro che va sotto il nome di East Side Gallery è sicuramente il chilometro più emozionante del mondo per chi è nato in un mondo diviso a metà. Un miscuglio di colori, arte e anarchia. Un batticuore da far tremare le gambe, sotto un cielo finalmente azzurro.
E poi quel piccolo crocicchio di strade, il Check Point Charlie, forse il posto più “commerciale” ma ugualmente splendido, con negozietti allineati di souvenir che cercano di venderti la storia che non hai mai visto, se non in sfocati documentari televisivi. E non posso non citare un altro pezzo di storia, della mia storia. Una storia di sangue in senso buono e in senso cattivo. L’imponente  Mausoleo ai soldati sovietici caduti nell’assedio di Berlino del 1945. Roba seria, altro che pugnette sessantottine dei nuovi pseudo-rivoluzionari figli di papà. Baluardi di libertà all’epoca, feroci oppressori da lì in avanti. E forse anche un po’ prima. E gli straordinari palazzi della Karl Marx Halle, il nostro rifugio berliner, con i frontoni raffiguranti scene di lavoro in puro stile sovietico, ricordo di un periodo indubbiamente grigio ma debordanti di fascino.
L’ultima cartolina è per Peter Eisenmann, l’ideatore dello sconvolgente Holocaust-Mahnmal. 2711 lastroni di cemento ficcati in mezzo al verde berlinese tra Brandenburger e Postdamer. Un pugno nello stomaco, un affascinante opera scevra di tutto il carico ideologico che si respira invece allo Jüdisches Museum e di fronte alla Sinagoga nel Ghetto. Un modo tutto tedesco per chiedere scusa. Perché poi questi tedeschi sono un po’ spigolosi, ma neanche più di tanto. E poi ti fanno pagare mezzo litro di Berliner Pilsener come un quarto di acqua minerale. Vuoi mettere. E ti fanno mangiare magnifiche schifezze turche spacciandole per prelibatezze locali. A parte l’assetante magnifico Currywurst.
Ho citato tante cose, ne ho perse per strada altre mille in qualche Strasse o sui binari di una Banhof. Alcune viste, altre saltate a piè pari. Perché per assaporare Berlin nella pienezza del suo gusto, non ti bastano due giorni e mezzo. Te ne servono molti di più. L’antipasto è stato ghiotto. Ci rivedremo, oh sì che ci rivedremo. Presto…

P.S.: sono riuscito nella complicata impresa di non pronunciare mai la parola “birra” e ne sono orgoglioso. Un pò meno orgoglioso della nostra vita notturna berliner e delle poche birre (ahi, ci sono cascato) bevute in terra crucca. Forse perché il mio fratello biondo (stavolta) non c’era. Con quello Moro si poteva fare di più. 

Berlino mi è entrata lì.

15 maggio, 2007

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Pensate al pezzo del vostro corpo che dalla gola va giù giù fino allo stomaco. Pensate a quello che c’è dentro. Ecco. A me Berlino è entrata lì.
Diciamo che, di questi tempi, per me è un pezzo piuttosto sensibile, tra cuore e stomaco, tra amore e paura, tra rabbia e assenza, tra passato e futuro… Berlino non si è curata del fatto che lì, tra cuore e stomaco, ci fosse già tanta carne al fuoco ed è entrata sfondando la porta.
Ovviamente, sapendo che di una political maniac si trattava, ha mandato avanti la fanteria.
Il mauer, tanto per cominciare. Che ti beffa, così sottile e così low profile con il suo sampietrino, così presente, ovunque, e così ingombrante negli occhi di chi l’ha visto intero solo alla tv. E magari si aspetta di vederlo spuntare, da un momento all’altro, con le sue side, quella white ma dark e quella colored ma light, che in fondo ti ricordano qualcosa… Il reichstag, che sembra così orgoglioso e forte delle sue certezze nere rosse e gialle. Lo sembra adesso di fronte al pratino verde e lo sembra in quelle vecchie cartoline che lo mostrano sventrato. Lì vicino, i due palazzi fantascientifici che si abbracciano dalle due sponde della Sprea (c’è sempre la Sprea e non ti dice mai la stessa cosa). E poi c’è il genio che prova a raccontarti con le arti che conosce (quelle che ti emozionano e quelle che no) che il cuore e lo stomaco di un numero di persone che va da 5,8 a 6 milioni (ma qualcuno dice 11, vero halfcharge?) a un certo punto valevano meno di un dente d’oro fastidioso, e andavano estirpati (insieme a tutto il resto).
Questa la fanteria. Sull’artiglieria direi, mentendo spudoratamente viste le mie frequentazioni culinarie, che il doner e il durum dei turchi nella U-Bahn di Alexanderplatz sono i kebab più buoni che io abbia mai mangiato. E che non c’è niente di meglio di una tuzzata (…) di bicchieri o di bottiglie e dell’(ennesima) ultima sorsata di Berliner Pilsner per tirare lo sciacquone sulla merda che hai lasciato a casa.
Finisco con la cavalleria. Un centro sociale che ti invita a “non accettare droghe (dagli sconosciuti) perché questa è una casa d’arte” e dove una ragazza easy con le tette a punta prende lezioni di trasgressione (tanta strada da fare) da una vecchia che sferruzza nel buio. Una colonna dorata e una torre con le luci che ti ricordano, appena esci da una bahnhof qualsiasi o su una strasse a caso, che l’arte di parlare con le persone, nello specifico con l’orrida fernsehen e l’incantevole cinema, ma anche con l’incantevole fernsehen (?) e l’orrido cinema (quanto ce n’è), fa parte della tua vita, anche se non fa parte di te.
Ultima (?) cosa. Quelle case dell’ost che ti parlano di un mondo che non c’è più e che, proprio perché non c’è più, ti fa tanta tenerezza. Così tanta da farti venire voglia di entrare tu, ma senza sfondare la porta, nella città che ti è entrata dentro. Magari per viverci per un po’, tra un po’, e per poter dire, per una volta senza che sia una (bellissima) metafora:
Ich bin eine berlinerin.

Danke schoen.

political maniac