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SUDAFRICA 2010

8 luglio, 2010

I Mondiali di calcio 2010 come una parabola di vita. Quattro anni fa eravamo Campioni del mondo, oggi non siamo nessuno. Eppure le facce, più o meno, erano sempre quelle. Si conoscevano un po’ tutti, ma non c’è voglia di soffrire più, né di condividere, né tantomeno di abbracciarsi. Quattro anni prima tensioni sudatissime, urla liberatorie, incontri di corpi illogici. Tutti per uno. Poche facce nuove, timide alcune, spregiudicate altre. I timidi non aggiungono nulla ad un quadro mediocre. Gli spregiudicati credono sia il loro anno, il loro mondiale, e penetrano sulla fascia in maniera invadente: qualche applauso per qualche giocata, pochi momenti di luce in mezzo alla bonaccia dei senatori in campo, ma sostanzialmente inconcludenti ai fini prefissati. Era evidente che così non si sarebbe andati troppo lontani: e forse è stato meglio uscire subito, per anestetizzare il dolore. Il condottiero di sempre questa volta ha fallito, ha presunto di saper gestire un gruppo troppo eterogeneo, ha preteso di riproporre un miracolo cambiando l’ordine dei fattori. Si è assunto questa responsabilità, poi è andato in vacanza. Con la buonuscita. Quattro anni fa eravamo un blocco granitico di Campioni del mondo, al di là di ogni spiffero esterno. Quattro anni dopo non c’è quasi più nulla, né il gruppo né la Coppa del mondo. Tra quattro anni ancora, forse, ci sarà solo il ricordo di quando eravamo Campioni. Tutti. Campionati del mondo, pallone, una parabola della nostra vita recente.

stanley

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Buon compleanno tuttoilcalciominutoperminuto

10 gennaio, 2010

Da 50 anni fiore all’occhiello del servizio pubblico radio-televisivo…

Rugby, man…

20 novembre, 2009

Ci sono dei momenti difficili da descrivere, ma belli da raccontare. San Siro, tempio del calcio, profanato per un giorno. Cielo nero, quasi come le maglie degli avversari, me neanche un goccio d’acqua. Appuntamento con la storia. I ragazzi di Mallett sfidano i mostri sacri. Per colmare una voragine scolpita nella notte dei tempi, nel DNA dei popoli. 50 metri d’altezza. Fianco a fianco con gli amici di sempre. Ottantamila voci cantano insieme. Poi un irreale silenzio carico di rispetto. Salgono dall’erba umida le urla tribali di 22 uomini tutti neri. Sono nitide. Come nitido è il suono dell’avambraccio di un avanti colpito da un calcio di un terza linea.

Lo scontro è iniziato. Indietro per andare avanti. Teste contro teste. Fasciate e sfasciate. I mostri avanzano, scappano, impongono la legge del più forte. I ragazzi si difendono, sudano, sbuffano, tengono. Poi contrattaccano, chiudono i mostri in gabbia. Le teste cozzano, le ginocchia si piegano, le mischie crollano. Forza bruta, cuore, cervello per avanzare di un metro. Poi il fischio dell’arbitro chiude la lotta. La voragine è diventata un buco. Tutti felici. Vincono i mostri e pure i ragazzi. Tutti a casa o a bere una birra. In valigia le emozioni di uno sport “altro”. Incomprensibili ma affascinanti per i profani, sacre e uniche per gli adepti. Rugby, man…

Da Dublino a Palermo, dal cielo all’inferno…

2 novembre, 2009

Dal cielo...

Fascino e decadenza. Cartoline dal nord al sud dell’Europa. Distese infinite di cielo veloce sopra ai docks di Dublino; scrosci di pioggia e squarci di blu nel cielo annoiato sopra Palermo. Fiera e funzionante indipendenza nazionalistica irlandese; singhiozzante e rapinata indipendenza regionalistica siciliana. Sterminati prati verdi e vittoriani infissi multicolore nella vecchia Dublino. Macerie e rifiuti di nobiltà nella decadente Palermo.

A Dublino il Liffey scorre. Come la vita cittadina negli uffici delle multinazionali e nei pub lungo i canali. C’è ansia per un presente di crisi economica dagli effetti sconosciuti. Ma c’è la certezza di rialzarsi dopo aver raccolto risorse e cervelli metropolitani, pienamente immersi e fusi in un microcosmo dubliner molto distante dal resto del paese. A Palermo non scorrono più neanche i fiumi, sepolti sottoterra dalla storia. Un passato di nobiltà feudale e di dominazioni subite con la classica ignavia e il pedigree cerchiobottista meridionale. E un presente di crisi perpetua, poco sfiorato dalla crisi globale. Da qui i cervelli e le risorse sono scappati, attraversando lo Stretto in cerca di fortune e destini meritocratici.

...all'inferno

A Dublino la vita pulsa a Temple Bar, luogo d’incontro e di scambio, di socializzazione da rimorchio e di pinte al cielo. Tra un ubriaco che canta alla luna e una ragazza che ti sorride languida e sfacciata. A Palermo la vita pulsa a Ballarò e alla Vucciria, sui banchi dei mercati ricolmi di pesce e di umanità varia. Tra un allegro venditore che ti incarta il panino ca meusa e le occhiate torve e sospettose degli indigeni al bar.

La sensazione è che Dublino si costruisca il proprio destino, brick dopo brick. Un mix di tecnologia e innovazione straniere, di cultura ed energie locali.  Mentre Palermo si abbandona al proprio destino, sommersa dai rifiuti: uno dei suoi principali  principali business. I vecchi palazzi nobiliari, abbandonati e lasciati all’oblio. Le case diroccate come a Beirut dopo i bombardamenti dell’82. Mentre i gatti frugano tra detriti e immondizia. E i bambini sognano di essere Miccoli negli spiazzi tra casermoni e i rifiuti.

Hope…

hope

Rosemary’s Baby

30 settembre, 2009

Rosemarys-baby

Mi chiamo Roman, sono un regista ebreo. Ho vissuto Auschwitz, ho fatto film meravigliosi ed ho sposato una donna stupenda che Charles Manson mi ha portato via in un’orgia di sangue.

Mi chiamo Roman, ho stuprato una ragazzina di 13 anni dopo averla imbottita di droghe: sì certo ho patteggiato lo stupro, ma non la condanna per atti sessuali con una tredicenne, che forse è peggio di uno stupro. Da sempre latitante ho comunque preferito la mia libertà alle statuette americane.

Mi chiamo Roman e mi fanno schifo tutti questi intellettuali che si indignano con la polizia svizzera per avermi arrestato. Ma non posso dirlo. Dopo trent’anni se hai stuprato una ragazzina resti sempre uno stupratore, tanto più se la galera (quella per i pedofili) non l’hai neanche immaginata.

Mi chiamo Roman, sono un regista di fama mondiale. Ho sposato un’altra donna stupenda e Charles Manson è ancora in galera. Forse dovrei raggiungerlo, il mio posto è là.

Ma vi pare possibile?

stanley