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SUDAFRICA 2010

8 luglio, 2010

I Mondiali di calcio 2010 come una parabola di vita. Quattro anni fa eravamo Campioni del mondo, oggi non siamo nessuno. Eppure le facce, più o meno, erano sempre quelle. Si conoscevano un po’ tutti, ma non c’è voglia di soffrire più, né di condividere, né tantomeno di abbracciarsi. Quattro anni prima tensioni sudatissime, urla liberatorie, incontri di corpi illogici. Tutti per uno. Poche facce nuove, timide alcune, spregiudicate altre. I timidi non aggiungono nulla ad un quadro mediocre. Gli spregiudicati credono sia il loro anno, il loro mondiale, e penetrano sulla fascia in maniera invadente: qualche applauso per qualche giocata, pochi momenti di luce in mezzo alla bonaccia dei senatori in campo, ma sostanzialmente inconcludenti ai fini prefissati. Era evidente che così non si sarebbe andati troppo lontani: e forse è stato meglio uscire subito, per anestetizzare il dolore. Il condottiero di sempre questa volta ha fallito, ha presunto di saper gestire un gruppo troppo eterogeneo, ha preteso di riproporre un miracolo cambiando l’ordine dei fattori. Si è assunto questa responsabilità, poi è andato in vacanza. Con la buonuscita. Quattro anni fa eravamo un blocco granitico di Campioni del mondo, al di là di ogni spiffero esterno. Quattro anni dopo non c’è quasi più nulla, né il gruppo né la Coppa del mondo. Tra quattro anni ancora, forse, ci sarà solo il ricordo di quando eravamo Campioni. Tutti. Campionati del mondo, pallone, una parabola della nostra vita recente.

stanley

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