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Bruxelles, birra e Bonne Esperance…

3 luglio, 2009

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Non ci può essere una città più europea di Bruxelles. Quasi per convenzione. Quasi per Istituzione.  Piccola, molto più piccola di Parigi, Londra, Roma, Berlino. Eppure a Bruxelles quasi non ti accorgi degli abitanti autoctoni. Fai fatica a riconoscerli, invasi da genti provenienti da tutta  Europa che arricchiscono la città di talento, cultura, soldi, vita. Eppure Bruxelles va anche aldilà dei confini del vecchio continente. Con la sua black zone, il quartiere nero della città, pieno di emigrati africani di I, II e III generazione. Un quartiere festoso a due passi dalle Istituzioni europee, dalla Commissione, dal Parlamento. Integrazioni sempre complesse, ma non per questo rifiutate a priori.

Sono stato a Bruxelles con Paul e Stanley nello scorso weekend. Siamo andati a trovare Dave, emigrato in cerca di fortune, salito sul carrozzone marketing-institutional di una regione italiana. Bruxelles ha tre cose che mi hanno colpito: multiculturalismo, lavori in corso, birra. Del primo ho già detto. Si respira ovunque. Dal Parlamento ai locali. Una sera a cena incrociavano le forchette e i pensieri calabresi e turchi, salentini e slovacchi, savoiardi e greci. Parlando indifferentemente francese, italiano, inglese o nei vari dialetti. Dei belgi naturalmente neanche l’ombra. Questi incontri generano inevitabilmente fervore culturale che porta, a sua volta, un grande movimento. Bruxelles è una città in costruzione, in eterno mutamento, piena di deviazioni e chiusure, di voragini e di salite, di case in affitto e di case in vendita. A due lire.

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Un posto dove scorre solo birra. Delle migliori. Dappertutto, a qualsiasi ora. Dalla gotica Gran Place ai baretti di periferia. D’abbazia e trappiste, blanches e scure, rosse e bionde. Come le donne, di altissimo livello sia nei sobborghi del quartiere nero, sia sulle poltrone di pelle del Parlamento. Un posto open come tutta la città. Da visitare in bermuda e maglietta, senza i fronzoli, le etichette e i parrucconi che popolano i nostri emicicli. Certo adesso arriveranno De Mita e Mastella…

La gentilezza e l’allegra follia di Dave, insieme ai problemi gastro-intestinali di Paul&Stanley, hanno ravvivato il weekend. La trasferta di Bruges bella ma non ripetibile. Un borgo finto, turistico, perfettino. Da cartolina. Da turisti. Bello eh, per carità. Ma preferisco di gran lunga Binche, con la sua Abbazia de Bonne Esperance, col suo pane caldo e la birra fredda, con i dolci appena sfornati e il formaggio amaro, col capotreno pazzo e il tassista-bambino, coi vecchi sdentati al bar e la coppietta che porta a spasso il cane.  Ci torno Dave. Aspettami.

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Febbre svizzera

13 giugno, 2008

La prima trasferta è andata. L’abbiamo aspettata, impazienti. L’abbiamo voluta. L’abbiamo fatta. Abbiamo digerito la più larga sconfitta della storia degli Europei. Adesso ci attende il secondo viaggio. La moderna Zurigo dopo la medievale Berna, capitale solo di nome della Confederazione. In realtà una cittadina piccola e piatta, inutile e noiosa. Tante biciclette, tanta pulizia, tanto sonno. Insomma, la Svizzera.

Neanche il maremoto olandese che ha invaso in questi giorni il centro storico della città ha scalfito l’organizzazione e la precisione svizzera. Fiumi di birra confluiscono nelle stradine e stupiscono i residenti, sorridenti con i rumorosi ospiti più per necessità che per convinzione. Non dimentichiamoci. È sempre un posto dove si esce di casa alle 7 in bicicletta per andare al lavoro, si torna a casa alle 17.30, si cena alle 18.30, si chiude tutto alle 21, buonanotte e avanti con il giorno dopo.

Un quadro (per loro) idilliaco deturpato dai graffi del popolo del football. Voglioso di festa, di calcio e di birra. E allora, a malincuore, gli svizzeri si adeguano. 130.000 abitanti più 100.000 olandesi stanziali per le loro tre partite. Più qualche migliaio di italiani, francesi e romeni di passaggio. Che mangiano, bevono, comprano, dormono e se ne vanno dopo aver lasciato il pedaggio. Soldi, oh yes. Non che in Svizzera ne abbiano bisogno, ma l’organizzazione dell’Europeo è una macchina danarosa imbarazzante, un manuale di marketing territoriale, ambientale e turistico. Se arrivi in macchina hai 3 parcheggi fuori dalla città e poi le navette ti portano gratuitamente in centro. Se compri una birra la paghi 5 euro, ma 1 euro e 50 centesimi te li restituiscono se riporti indietro il bicchiere (griffato Euro ’08, obviously). Tutto è fatto in funzione dei turisti calciofili, pronti a spendere anche 1000 euro per un biglietto della partita.

E poi ci sarebbe da raccontare anche la trasferta calcistica, lo slow style di Paul; il cappellino joker di Stanley; l’abbordaggio subito da Ale (con sghignazzi indegni dei compagni di viaggio) di un negro-camerunense-franco-italo-svizzero che ha studiato alla Bocconi, “vive di amore e acqua fresca” e ha la vocina da checca isterica milanese; la corsa in bicicletta di W4lls dall’altra parte della città per recuperare (due ore prima dell’inizio) il biglietto della partita. Ah sì, poi ci sarebbe la partita. Magari ne parliamo un’altra volta, dopo la Romania…