Archive for novembre 2008

Reality Country

25 novembre, 2008

VLADIMIR LUXURIA

L’isola dei famosi mi ricorda il sesso a pagamento: molti ne parlano male ma tanti ne usufruiscono. È stato curioso, quando inizialmente decisi di declinare l’invito a partecipare a questo reality, ascoltare telefonate di insospettabili intellettuali che invece mi esortavano a partecipare così avrebbero avuto un motivo in più per guardare la trasmissione. Della serie: “Nessuno lo dice ma tutti lo fanno”. Reputo intellettualmente frivolo chi considera alcune trasmissioni popolari solo futili e di nessuna levatura culturale. Parteciperò a L’isola perché in questo periodo della mia vita, reputo più interessante conoscere i meccanismi interni di questo reality che guardarlo da casa. Partecipo perché L’isola dei famosi è un’invenzione di William Shakespeare. Tra il 1611 e 1612 il drammaturgo inglese scrisse, in tarda età, il suo capolavoro: La tempesta. Una storia che anticipa il futuro, un futuro che in qualche modo io mi appresto a vivere in prima persona. Ora vi spiego come è possibile. A partire dalla storia raccontata da Shakespeare…“.

Inizia così 4 mesi fa l’avventura vincente di Vladimir Luxuria all’Isola dei Famosi. Con una coraggiosa lettera scritta ai compagni di Rifondazione e pubblicata da Liberazione. Trattasi di coraggio per le ovvie ripercussioni su un elettorato rimasto un po’ indietro, già devastato dallo “splendido” risultato elettorale. Ai tempi de La Tempesta di Shakespeare, appunto. E allora tutti giù contro Luxuria, compagna traditrice. I compagni indignati scrivono il giorno dopo “…Cara Vladimir, su quelle spiagge dell’Honduras vedrai senz’altro veri militari in tute mimetiche: sono quelli dell’esercito honduregno che per proteggere te e i tuoi compagni di avventura impediranno, come già fatto negli anni precedenti, alla popolazione locale, pescatori indigeni afrodiscendenti, i garifuna, di accedere al loro mare. Il mare in cui pescano quanto necessario per sopravvivere. Ci spiace che tu non abbia speso una parola per le popolazioni locali, una minoranza i cui diritti, prima tra tutti quello alla sopravvivenza, sono minacciati da questo reality. Ci spiace che ti spenda a favore di una lobby di grande imprese, quelle che stanno costruendo mega-villaggi vacanze nella zona della Bahia de Tela, nei pressi di quei meravigliosi Cayos Cochinos che saranno sede della vostra Isola dei famosi…

Quand’è che l’intellighenzia mancina del Paese smetterà di leggere solo ed esclusivamente Repubblica e L’Espresso? Quand’è che inizierà a leggere Metro, Leggo, City, Il Messaggero e i giornali locali, a guardare il Grande Fratello e L’Isola dei Famosi? Forse quel giorno riusciremo a capire come si vincono le elezioni, come si può sperare di non rimanere per sempre una minoranza in questo reality-country, costruito e (oserei direi giustamente) governato dal suo ideatore. Forse si riuscirà ad entrare nel ventre molle del Paese, quello che combatte tutti i giorni per sopravvivere. E che guarda caso ai comizi e alle manifestazioni di piazza non ci va e non ci crede più.

Ah, nel frattempo, mentre Vladimir vinceva L’Isola, Bertinotti era ad Ivrea ad un dibattito con Fassino sulla Costituzione. Vendola la sera guarda pochissima televisione. Ferrero a Roma la televisione non ce l’ha. Coraggio compagni, continuiamo a farci del male.

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W la legge ingiusta (Black Democracy)

14 novembre, 2008

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Teste fracassate, ossa maciullate, visi sfigurati, pozzanghere di sangue. La prima sezione penale del Tribunale di Genova ha tirato lo sciacquone sulla pagina più nera della democrazia italiana del dopoguerra. Verdetto: 29 imputati: 13 condanne, 16 assoluzioni. Pene inflitte: 35 anni e 7 mesi, di cui 32 anni e 6 mesi condonati. Dal gorgo che ingoia e annacqua il massacro della Caserma Diaz, escono puliti come verginelle i vertici della Polizia di Stato che trasformarono nel luglio del 2001 una scuola-dormitorio nella più grande vucciria europea. Quei personaggi oggi ricoprono cariche ancora più importanti, promossi sul campo per il lavoro compiuto, per il servigio reso alla nostra cara, vecchia, malata, black democracy. Si stappino le bottiglie. Meglio se molotov. Meglio se finte. Prosit…

La sintesi…

11 novembre, 2008

Abbiamo passato ore ed ore in Questacasa a commentare la “riforma” Gelmini… ma sul blog risultiamo assenti.

Voglio pero’ condividere con voi questa foto come sintesi del mio pensiero… 🙂

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Presidente-cestista: now you must…

5 novembre, 2008

Adesso è dura. Adesso deve cambiare l’America, deve cambiare il mondo. Questo si aspettano i milioni di americani che lo hanno adorato e votato, oltre ai 6 miliardi di abitanti del pianeta che lo hanno guardato fin dall’inizio con curiosità, come un marziano sceso per salvare la terra. Adesso non è più una rockstar osannata negli stadi che lancia slogan perlopiù vuoti di contenuto. È il presidente degli statiunitidamerica. Adesso non è più un ologramma nero a disturbate le menti dei più pervicaci conservatori americani. È un ragazzo 47enne, con un nome strano e un cognome sinistro, che si mette sulle spalle i destini del mondo. Un ragazzo che, mentre si aprono le urne, va a giocare a basket. Un presidente-cestista.

I suoi 47 anni sono in ogni caso uno schiaffo alla gerontocrazia italiana. Uolter fa il ragazzino ma ha sei anni più di Obama. E, particolare non irrilevante, non è riuscito a battere il suo rivale 72enne alle elezioni, coetaneo di McCain. La sua, ha detto Obama, è una vittoria dal basso, arrivata grazie a coloro che l’hanno finanziata anche con 5 dollari. Certo sì, ma per arrivare a 600 mln di dollari ne servono di finanziatori da 5 dollari! Obama ha speso il doppio di McCain in campagna, anche se un forte contributo al successo è venuto effettivamente dai social network e dalla rete in generale. Mai nessuno aveva investito così tanto nella rete. Obama sì. Ed è riuscito a coinvolgere una marea di persone che non era mai andata a votare e forse mai più ci andrà. In un Paese dove la politica è un meraviglioso spettacolo di luce e colore, di coriandoli e folklore in cui immergersi ogni 4 anni per poi dimenticarla.

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Un’elezione planetaria che magari non cambierà un bel niente, nonostante i sogni di Mandela. Perché adesso bisognerà rilanciare un Paese in crisi, perché le guerre vanno fatte per forza, perché l’America è sempre l’America. L’immagine dei dipendenti di Lehman Brothers che escono dagli uffici con gli scatoloni in mano, è sempre lì. In quegli scatoloni portavano la vittoria ad Obama. Economia, ambiente, diseguaglianze sociali interne e globali. Su questo si dovrà concentrare Barack. Per cambiare gli USA, per cambiare il mondo, per entrare nella leggenda. Per non tornare ad essere un 47enne avvocato laureato ad Harvard, più bianco dei bianchi perché nero. Good luck presidente-cestista. Ne avrai bisogno.