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Autumn in Stockholm

3 ottobre, 2008

Non avevo grandi aspettative su Stoccolma. Mi sbagliavo. Sarà che le città sull’acqua hanno sempre il loro maledetto fascino. Saranno quelle infinite distese di foglie colorate a Skeppsholmen e a Djurgarden che strizzano l’occhiolino alle casette ocra di Gamla Stan e si scontrano col grigio cupo o col blu cobalto del cielo e dell’acqua di Malaren. Sarà quella percentuale più bulgara che scandinava di bambolone bionde con la pelle levigata da Venere, il sorriso timido ma furbetto, i trampoli così lunghi da far sembrare tutte le gonne mini. Sarà quel meraviglioso filetto di capriolo o il salmone presenzialista in ogni tipo di situazione, locale, bancone. Sarà la succulenta ciliegina DagVag sulla torta di una vacanza conclusa con una meravigliosa Franziskaner ghiacciata all’Akkurat di Soder.

Stoccolma, una non metropoli metropolitana e cosmopolita. A misura d’uomo o al massimo di bicicletta. Con isolette deserte e vicoli silenziosi nel bel mezzo del centro città. Con una cultura del lavoro molto più meridionale che nordica. 10-17 e poi tutti nei locali a mangiare aringhe imbevute di vodka. Un clamoroso gusto negli arredi e nel design, sbandierato nelle vetrine dei negozi ed acceso nelle lampade e nelle piantine alle finestre degli appartamenti.

E poi che dire di una compagnia “fluida” e splendida come sempre. Piena di acciachi ma sempre viva. Che soffre ma non si piega davanti ai prezzi dei locali né lungo i canali sferzati da un libeccino polare. E che alla fine si lascia andare a una danza sfrenata e nostalgica sulle note di uno dei pochi suonatori mendicanti swedish. “Funiculì Funiculà” per conquistarci, “Lasciatemi Cantare” per farci capire che s’era fatta ‘na certa. Il battello Gustav, non certo all’altezza del re omonimo, era pronto per accogliere la nostra ultima mezza notte. Mentre dagli oblò dell’ostello le luci della città riflesse nei canali ci davano l’ultimo saluto.

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