Archive for the ‘LaFinestrasulCortile’ Category

Possis nihil Urbe Roma visere maius

11 dicembre, 2008

roma_fulmini

 

Mi va di scrivere e scrivo di Roma, manco fosse la prima volta che ne attraverso le strade bagnate ed alberate di foglie sparse qua e là… che pena che mi fai, tu che sei stata Capitale d’Italia ed ora di capitale non ti resta, forse, che il vizio… che tristezza doverti guadare tra fiumi cittadini di auto e torrenti di guano che le tue fogne non possono trattenere oltre e ti vomitano sopra con disprezzo… che puzzo di marcio che emani, quasi fossi una carogna morente che il lugubre pasto dei tuoi avventori ha ampiamente saziato…

Ancora ricordo lo schianto provato nel cuore quando ti conobbi per la prima volta, Città del sole, e fu amore a prima vista, illusi che fossimo fatti l’uno per l’altra…oggi invece tu muori puttana tra tempestosi fortunali e mi scacci via vergognosa, pudica del tuo stato, ricordandomi ogni giorno che fu solo infatuazione, ma mai amore vero….

E la tua gente, che ti calpesta ed abbandona, che si vergogna di gridare caput mundi se non quando si parla di pallone, la tua gente muore con te con un orgoglio tanto effimero quanto caciarone, alla romana insomma…

Addio Roma bella, tu muori come Cesare accoltellata mille volte esclamando Tu quoque, Brute, fili mi!

 

stanley

Per Alessio e Flaminia

29 Mag, 2008

 

Era giusto aspettare, in silenzio, che tutto si compisse, in ogni fase del rigido cerimoniale che in questi casi si usa. Ora però si deve parlare, perché quella verità non rinunciabile Roma me la sbatte in faccia ogni mattina ed ogni sera andando e tornando dal lavoro.

Quell’urna lacrimosa eretta spontaneamente su via Nomentana mi strazia ogni volta: e non solo perché 10 minuti prima io passavo proprio da quelle parti con un amico a bordo del mio motorino, ma perché non posso credere, neanche stavolta, quanto assurdamente sia stata spenta la vita di due ragazzi di vent’anni.

Non incontreremo più i loro sorrisi, financo fossero casuali, e questo è ingiusto. Come ingiusto mi appare la causa dell’addio. E penso alle voci non sentite che mai sentiremo, penso ai colori diluiti di rosso sull’asfalto di una strada di morte. Che regolarmente reclama le sue vittime.

La morte è per chi resta, condannato a ricordare controvoglia la gioventù di figli che non vedranno crescere mai. A noi, che non li conoscevamo, non rimane che passare e buttare un rapido sguardo, nella speranza che questo scirocco umido di primavera tramuti le nostre lacrime in semplice sudore.  

stanley

In questo sabato qualunque, è un sabato italiano…

11 marzo, 2008

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Le piazze sono le Chiese del popolo della sinistra e della destra, ovvero degli elettori (prima) e dei contestatori (poi) che eleggono i signori appollaiati sugli scranni nobili del Parlamento italiano, libero e democratico. Le piazze sono la platea dei sindacati che auto-finanziano (e quindi a spese nostre) cortei rumorosi e colorati ma, ad occhio e croce, del tutto inutili. Le Piazze sono il luogo di morte per chi manifesta, contesta o era lì semplicemente per ascoltare. Le Piazze sono altari  moderni su cui offrire il simulacro del proprio nemico al pasto lugubre dei ludibriosi vincitori. Le Piazze sono moderni Calvari nei quali gli occhi dei tanti, miei compresi, si riempiono ancora di lacrime al solo pensiero.

Eppoi le Piazze sono un’alcova per poche anime, intime, isolate e derise. A parlare di vita, di dignità e di libertà. Mentre un fischietto impertinente e costante di una pasionaria ormai canuta anche nell’anima prova a frenare, ma inascoltato, il flusso irrefrenabile delle parole. Siamo pochi e terribilmente orgogliosi. E liberi. Ci sono i vecchi, ci sono i giovani. Tutti inaspettati e quantomeno improbabili. Mancano solo quelli che dovrebbero esserci. Una vecchina ha gli occhi sognanti, è carica negli anni e cammina a fatica: voterà come me e la cosa mi rende felice. E credo lo sia anche lei per lo stesso motivo. Il cielo è grigio scuro su Piazza Farnese, ma per fortuna oggi non pioverà. 

stanley

Il(Lo) “To(i)to nomi”….

17 settembre, 2007

prendiamo spunto da un comment e pubblichiamo con molto piacere…

Dopo l’annuncio di Claudio Lotito sull’accordo con l’amministrazione di Valmontone per la costruzione dello stadio della S.S. Lazio impazza il toto nomi.

valmontone6bn8.jpg

Tutti i media stanno cercando di conoscere in anteprima il nome che il presidentissimo vorrà dare a questa struttura.
Alcune indiscrezioni dicono che il nome sarà tra questi:

Aiburìn
Old Trattor
Lou Camp

by Rainwiz

Ora tocca a te scegliere il nome giusto… Partecipa al concorso “Scegli il nome del nuovo stadio della LAZZIE”:

1. Aiburìn (highburin)
2. Old Tractor
3. Lou Camp
4. Bestalla
5. Santiago Bercabue
6. Burinera
7. Emigrates Stadium

Invia un SMS sul cellulare di Lotito e vinci 2 abbonamenti alla curva pecora comprensivi di transfer Cotral per Valmontone Terminal.

ps. se avete capito il titolo siete già un bel pezzo avanti! 🙂

Anche quest’anno qualcuno ha portato dei fiori…

9 agosto, 2007

rossa.jpg 

la chitarra le piaceva proprio. aveva imparato in fretta a suonarla, da sola, e in fretta era diventata la più brava. si era esibita anche in francia, giornali entusiasti e la provincia trentina orgogliosa. come orgogliosi erano papà carlo e mamma elsa, che la domenica portavano le figlie a messa e non le facevano uscire la sera.
la chitarra le piaceva proprio, ma in fondo era abituata a fare tutto così, margherita. le piaceva andare in fondo alle cose. serietà. impegno. studio. determinazione. fatica. successo. non che il successo le piacesse, anzi. era timida, riservata. e dolce, dicevano di lei i compagni di sociologia. sempre un passo indietro e una parola in meno. però gli occhi. gli occhi erano alti e attenti, ascoltavano tutto e aspettavano ogni parola per vagliarla. non giusto o sbagliato. ma possibile o impossibile. realizzabile o irrealizzabile. del resto, c’era bisogno di qualcuno con un briciolo di concretezza, in quelle stanze. quando vuoi tutto, c’è bisogno di qualcuno che pensi seriamente a come prenderlo.
era bella, margherita. anche nelle foto del matrimonio, nonostante fossero le 5 e 30 del mattino e papà carlo non fosse poi così felice. sono sempre gelosi i padri, delle figlie. “ma hai mangiato? perché secondo me quello che ti sei sposato non ti dà da mangiare
beh, in fondo mangiare non era la prima preoccupazione di renato. era il teorico, lui.
la concretezza era roba di margherita, o “mara”, come ormai la chiamavano tutti. dopo il trasferimento a milano, non era più la studentessa da 110 e lode, né più soltanto la ragazza di curcio. quella che non parlava alle assemblee e sorprese tutti il giorno della laurea salutando la commissione con il pugno alzato. in quella milano “mostro feroce che divora tutto ciò che di naturale, di umano e di essenziale c’è nella vita”, mara è la compagna che compra la macchina, firma il contratto per la prima casa sotto falso nome, impara a sparare, insegna ai compagni a disegnare. la stella a cinque punte.

e dopo la prima stella, dopo il primo comunicato (ma quello era roba di renato), dopo la prima macchina bruciata agli spioni di fabbrica, dopo il primo cartello appeso al collo di un dirigente fascista, dopo la prima rapina per autofinanziarsi, la strada era segnata.
“non sono cose troppo grosse, sai mamma. sono piuttosto cose serie e difficili che tuttavia vale la pena di fare”.
valeva la pena di fare.
“questa società, che violenta ogni minuto tutti noi, togliendoci ogni cosa che possa in qualche modo emanciparci e farci sentire quello che siamo, ha estremo bisogno di essere trasformata da un profondo processo rivoluzionario.”

valeva la pena? mah. difficile dirlo quando ti ricordano come uno dei più grandi perdenti della storia d’italia. e ricordano quegli anni come un errore. un fallimento. il tradimento della rivoluzione. e di tante altre cose.
difficile dire se valeva la pena quando muori a 30 anni fuori da una cascina nelle langhe con un proiettile che ti attraversa da parte a parte. con una borsetta nera, mara, e un mitra a tracolla. con le mani alzate e una ferita al braccio che ti impedisce di muoverti, e di sparare. senza morti sulla coscienza, mara, ma con la lotta (ancora) nel cuore.
“cara mamma, esistono moltissime condizioni oggi per trasformare questa società e sarebbe criminale (verso l’umanità) non sfruttarle. tutto ciò che è possibile fare per combattere questo sistema è dovere farlo perché questo io credo sia il senso profondo della nostra vita”. 

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per ricordare (e non per assolvere) mara cagol, capo della colonna torinese delle (prime) brigate rosse.

political maniac